• “Dall’Ue porte chiuse”. Ora le Ong tornano a piangere per un porto

    Era prevedibile ed è successo: le navi Ong che nelle scorse settimane hanno operato nelle acque internazionali davanti alla Libia, da due giorni stanno premendo contro i confini italiani. Una, la Louise Michel, ieri in tarda serata è stata fatta entrare nel molo di Lampedusa con un’operazione sar coordinata dalle capitanerie di porto a causa delle avverse condizioni del mare. Sull’isola sono sbarcati 33 migranti economici, tutti di origine egiziana, che vanno ad aggiungersi agli oltre 1.300 presenti nell’hotspot di Lampedusa. L’Italia ha assolto al suo obbligo, effettuando un intervento di soccorso come previsto dalle normative europee, nonostante gli attacchi che arrivano al governo Meloni da parte di chi vorrebbe i porti aperti senza discriminazioni, comprese le Ong che ora alzano la voce contro Italia ed Europa.

    Per le altre due navi Ong non ci sono state aperture di porti in Italia, nonostante la nave Geo Barents si trovi ormai da ore all’interno delle acque territoriali italiane per consentire l’evacuazione medica di un minore. A meno di cambiamenti da parte del governo, che in questo momento non sono all’orizzonte, al termine dell’evacuazione medica del 14enne non accompagnato, la nave della Ong, battente bandiera norvegese, dovrà uscire dalle acque italiane, dove non è autorizzata a rimanere, e tornare in quelle internazionali. Qui si trova la nave Humanity 1, che batte bandiera tedesca (come la Louise Michel). Entrambe queste navi sono state impegnate in un serratissimo braccio di ferro col governo italiano all’inizio di novembre, quando lo sbarco venne concesso solamente dopo un secondo triage medico, che certificò condizioni psico-fisiche fragili da parte dei migranti.

    Sia la Geo Barents che la Humanity 1 hanno trascorso diversi giorni in navigazione al largo delle coste libiche, in acque internazionali, prima di fare richiesta di un porto e spostarsi da quel braccio di mare. I migranti sono stati costretti a rimanere per giorni a bordo con condizioni marittime non ottimali (come dichiarato dalle stesse Ong in rilevazione agli interventi effettuati), senza la possibilità di scendere a terra, ma ora accusano l’Europa per la mancanza assegnazione di un porto nell’immediato.

    L’Italia, come ha dichiarato Giorgia Meloni, non ha cambiato la sua posizione sulle navi delle Organizzazioni non governative, quindi non è in programma l’apertura di porti per le due navi (e per quelle che dovessero bussare ai confini). Una fermezza alla quale le Ong non sono abituate, come dimostrano i comunicati che in queste ore provengono dalle organizzazioni. “Invece di attuare la legge esistente alle frontiere esterne dell’Europa, come il Mediterraneo centrale, i piani della Commissione europea e dei ministri degli Interni dell’Ue si basano su un’ulteriore restrizione dell’accesso all’asilo negli Stati membri e la continuazione di una politica delle porte chiuse“, ha dichiarato Mirka Schäfer, advocacy officer di Sos Humanity, all’indomani della riunione del Consiglio Ue Giustizia e Affari interni a Bruxelles.

    La difesa dei confini, oltre che le difficoltà di gestione dei migranti, non sono concetti che le Ong accettano facilmente. E non è difficile da capire il motivo, visto che le navi, dopo aver sbarcato i migranti, hanno terminato il loro lavoro, lasciando le incombenze più gravi agli Stati di sbarco, che non sono praticamente mai quelli di bandiera.


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