• Ci mancava solo la pipì “antifascista”. Aggressione dei centri sociali al gazebo di Fratelli d’Italia

    Avanti popolo, alla latrina. Perché nell’anno di grazia 2018, quello in cui dai simboli elettorali sparisce finalmente la parola sinistra (e forse varrebbe la pena di rifletterci un po’ su), la campagna elettorale dei compagni si fa con la pisciata antifascista, come testimonia la foto scattata in pieno centro a Milano dopo che il gazebo di Riccardo De Corato candidato per Fratelli d’Italia era stato devastato e chi distribuiva volantini picchiato e mandato all’ospedale.

    Ci sarebbe da sorridere e voltarsi disgustati se non ci fossero proprio quei pugni a far riflettere. Botte incassate dai militanti di destra senza alcuna reazione (e per fortuna altrimenti chi la sentiva Repubblica) se non la corsa all’ospedale Fatebenefratelli e la denuncia dei violenti, ma all’assoluto silenzio del sindaco Sala, di assessori e segretari dei partiti del centrosinistra, arcivescovo, sindacati, prefetto, Fiani e Boldrine. Tutti sempre così solleciti a denunciare la minaccia di un risorgente fascismo quando lo stesso De Corato difende chi organizza un concerto per ricordare le sprangate rosse che hanno sfondato il cranio a Sergio Ramelli. Forse perché se le tragedie della storia si ripetono in farsa e negli anni Settanta uccidere un fascista non era reato, oggi non è reato pisciare sulle bandiere del centrodestra. Ma c’è poco da scherzare, perché si è già visto quanto sia breve il passo dalla demonizzazione dell’avversario trasformato in nemico al suo omicidio. E allora dire che il fascismo non è un’opinione, ma un crimine e poi comprendere in questa categoria tutto quello che sta a destra del Pd (e qualche volta anche il Pd), finisce con il giustificare qualsiasi violenza. E qualunque silenzio e mancata condanna. Dovrebbe impararlo Laura Boldrini che dall’alto del suo ruolo istituzionale ieri a Busto Arsizio ha detto che «antifascismo e resistenza sono state la cifra del suo mandato». Una brutta lezione di una cattiva maestrina a cui andrebbe chiesto che cosa lei sia, prima di essere «anti». Comunista, socialista, liberale, anarchica, cattolica, buddista, atea. Boh, in cinque anni non s’è ancora capito. Perché se si fa politica, bisogna essere qualcosa e non è con gli «anti» che si costruisce il futuro di un Paese. E forse proprio di antifascismo una sinistra ormai senza idee e identità sta morendo. Ma gli elettori che non sono sciocchi, pare l’abbiano capito bene. Il Giornale.it